I libri di chi si emoziona: elogio del consiglio letterario

 In Penne e piume

Estate, tra i tempi prediletti per le letture: prima di partire per spiagge o monti, la corsa è al libro più adatto a nostri gusti o a stati d’animo.

Riviste, siti pullulano di  recensioni dove lavorano amanuensi appassionati o miniaturisti che in poche righe condensano capolavori o presunti tali che dovranno allietare i nostri scampoli di tempo libero.

Ma qual è il consiglio migliore? Non c’è internet che tenga: il libro migliore è quello consigliato da una persona amica, da chi per quelle pagine, per quei versi si è emozionato. E in subordine il caso, o il destino, che aleggia sovrano sulle nostre vite.

Perché, in fondo, quando cerchiamo un libro aneliamo ad un supplemento di vita, come ricordava già Eco anni fa e ancora prima Eugenio Montale.

Il libro migliore, ma stesso discorso per film e canzoni, rimane quello consigliato da amici: a Furore di Steinbeck, ad esempio, ci sono arrivato questa estate grazie ad un amico, con cui alla domenica condivido aperitivi, vita, ricordi e letture, a distanza Covid, ma con grande passione.

Lorenzo, si chiama così il mio amico, che a sua volta sembra appena uscito da un romanzo di Marquez, mi ha entusiasmato nel ricordarmi i suoi anni parigini, il piacere di leggere quel testo e la gioia quando, qualche anno dopo, nel 1962 Steinbeck vinse il Nobel.

Si, perché Lorenzo ha qualche anno in più di me ma è la dimostrazione che anche le buone letture mantengono giovane veramente quel che più conta: lo spirito.

Dicevamo del caso o del destino però,

Ci sono poi testi che rimangono lì, sugli scaffali di casa o nelle pieghe di una conversazione, che riemergono come sommergibili dalle profondità della memoria e dai nostri peccati di omissione scolastica.

Cent’anni di solitudine ad esempio. Le vie dell’editoria come quelle del Signore sono infinite: il romanzo di Marquez è rispuntato in una notte insonne nella casa di campagna con annessi sensi di colpa; ai tempi, caro vecchio liceo, lo leggemmo tutti, o quasi, a spanne, senza neanche l’aiuto di internet, erano ancora i gloriosi anni Ottanta ma una buona dose di omissioni e piglio teatrale.

La saga dei Buendia e quella specie di telenovela onirica, all’improvviso, trent’anni dopo, mi è sembrata di un fascino irresistibile. Sarà stato l’effetto amarcord? Non so. Di fatto ho attraversato quelle pagine con un’emozione unica.

Stessa sorte per Montale, anni prima: una sera incuriosito dalla fotografia di Mulas, Montale che guarda un upupa sulla copertina delle sue poesie, cominciai a leggere. Da allora Eugenio Montale mi fa compagnia ovunque: nello zaino al corso ufficiale come nei giardini pubblici della mia città.

Idem come sopra, nel mio caso, per Manzoni e i Promessi. Quel grosso tomo che mettevo nello zaino per obbligo, grazie ad ore buche al liceo e a una buona dose di ignoranza su chi fosse don Lisander è diventata per me La lettura, un’esperienza di libertà e vita.

Bruce Chatwin, vogliamo parlarne? Amatissimo ma ci sono letteralmente finito sopra, al libro non allo scrittore, mentre ero a casa di amici.

Che dire? Del senno di poi ne son piene le fosse, come avrebbe detto il nostro Manzoni. Leggere però è come viaggiare: attraversare un territorio che possiamo meglio apprezzare grazie a chi questo territorio l’ha già vissuto e alle tante piccole casualità di cui è costellata la nostra vita. O come direbbe una persona a me cara, perché tutto si compone.

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Comments
  • Cristina
    Rispondi

    È proprio vero , è un po’ come viaggiare guidati da chi …E chi ama scoprire e cerca di capire/spiegare anche le casualità (impresa ardua) apre un nuovo libro e inizia il viaggio

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