L’uomo selvatico: elogio della natura che (soprav)vive in noi/1

 In Storia-Storie

Vezza d’Oglio, alta Valcamonica, ultimi scorci d’estate, pioggia battente, monti che emergono da nubi basse come in una stampa giapponese. All’improvviso, percorrendo la ss42 del Tonale, un nastro lucido come una biscia d’acqua, mi appare: l’uomo selvatico, il signore dei boschi.

Poche cose riescono a mantenere in noi il limpido stupore dell’immensità, tra queste ciò si è desiderato lungamente e a lungo cercato: l’uomo selvatico, per me rientra in questa categoria, perché alla sua figura leggendaria, quasi un compagno di viaggio dai tempi dell’università, conosciuto grazie a Massimo Centini. Al selvadegh ho poi dedicato studi nel corso degli anni (a tal riguardo vi rinvio ai due saggi che ho pubblicato in Cose che scrivo nel mio sito).

Mi ero sempre chiesto perché nel Bresciano non ci fossero, per quel che ne sapessi, sue rappresentazioni come ad esempio, invece, in Valtellina, (la celebre camera picta di Sacco); avevo trovato nelle mia provincia solo affreschi di Sant’Onofrio in veste di uomo selvatico, bellissimi quelli del santuario sul monte Palosso a Bovezzo e a San Cesario nella vicina Nave.

Mancava però una rappresentazione che ricordasse questo essere leggendario in tutta la sua forza primigenia, icona della natura al suo stato primordiale. L’ho trovata appunto in questi giorni sulla facciata della casa del parco dell’Adamello, a Vezza d’Oglio: qui la figura del selvatico, selvadeg, pagà, barbaluf o come è variamente nominato nella nostre vallate alpine accoglie come un padrone di casa, il visitatore nel parco dell’Adamello, inducendo quel dovuto rispetto di chi nella natura deve sentirsi un ospite. Il purista potrà obiettare che l’affresco, che si ricollega idealmente al segno primigenio della valle, il graffito, è opera recente, del 2016, peraltro di uno dei campioni della Street art italiana ovvero Ozmo al secolo Gionata Gesi da Pontedera. Invece proprio questa modernità aumenta il valore della rappresentazione: in un secolo dove l’immagine è il segno per eccellenza, era fondamentale che l’uomo selvatico diventasse un’icona di questa potenza, per poter trasmettere il suo messaggio. E che cosa comunica a noi, persone divise tra disincantate quotidianità e vite troppo spesso delegate al virtuale, alla socialità a portata di un “touch”?

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