Chi era Teomondo Scrofalo ovvero elogio del kitsch/2

 In Storia-Storie

Ci sono artisti che svaporano tra rimpianti di mancati successi, artisti fagocitati dalle loro opere, come de Curtis assunto grazie al suo “Bevitore”, nell’anticamera, dell’Olimpo artistico.

Il segreto? Aver saputo parlare alla pancia o meglio a quella parte di noi in cui impera la dittatura del cuore, per dirla come Milan Kundera, quando parlava del kitsch.

Il kitsch liquidato come la pretesa di spacciare per arte paccottiglia di poco valore, questo significa stando al dizionario, in realtà è un viaggio sentimentale dentro il mondo dei suoi acquirenti.

Umberto Eco tuonò contro questa deriva dell’arte in Apocalittici ed integrati, Tommaso Labranca in Andy Warhol era un coatto ripercorse invece la genesi del kitsch.

Il kitsch cos’è a ben vedere? Una specie di barocco della porta accanto, un accumulo compulsivo di stili e sentimenti.

E se la vera poesia rende tale qualsiasi cosa, come insegnava Pasolini, il kitsch pensa invece che esistano cose poetiche e che, quindi, una volta trovate le si può riproporre, esasperandone i tratti, anche tecnici, per massimalizzare gli effetti.

Il kitsch fondamentalmente è la traduzione, ad orecchio, nella lingua di tutti i giorni di un linguaggio alto: in questo senso in arte, come nella vita, esiste dunque da sempre.

Ecco dunque che se Venezia è una allegoria complessa di arte sospesa tra Occidente ed Oriente, io creatore di un souvenir kitsch te ne faccio un riassunto, dove con mezzi a basso costo ed una tecnica approssimativa ti spaccio comunque un’emozione forte.

Dietro al “Bevitore” di De Curtis c’è un qualcosa che ammicca a certo realismo impressionista e ad un grumo di sentimenti e atmosfere, che si vuol proporre ad un pubblico desideroso di un’emozione, a rapido effetto.

Con il kitsch, fondamentalmente, si torna tutti bambini, con il gusto per l’eccesso, il sentimento senza filtri e l’incongruenza.

Nel caso poi del ciarpame anni Cinquanta – Sessanta, rutilante di emozioni e colori nelle nostre case c’è, secondo me, anche una componente storica: in nonna nostra, in zia Marisa e nelle persone di quando eravamo bambini c’era un’anima desiderosa di vivere “d’arte e d’amore” ma in versione mordi e fuggi.

Erano del resto gli anni di una generazione che, nell’euforia del boom economico, correva verso il mare, in vespa o in Seicento, lasciandosi alle spalle le brutture e le rovine di una guerra finita da poco.

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