“Sono anche…”: elogio dell’etichetta flessibile

 In I nostri ragazzi: scuola/educazione

Non dovremmo vivere di giudizi e paragoni ma lo facciamo anche se, sta scritto, «Non giudica e non sarai giudicato».

Negli ultimi anni la parola d’ordine è, tuttavia, approccio non giudicante: ti ascolto e non ti giudico, anche se mi stai raccontando le, secondo me, peggio cose.

Di fatto l’ascolto non giudicante rientra, a mio vedere, molte volte, in un orizzonte ideale, una creatura mitologica o una pia illusione, come avrebbe detto una mia vecchia zia di Bari.

Di fatto noi mettiamo e ci facciamo mettere etichette, positive o negative ogni giorno: non vorrei scomodare Pirandello ma ognuno di noi è, veramente, uno, nessuno e centomila, a seconda di chi lo sta guardando.

Il nostro cervello è fatto a strati, come la cipolla, e il suo nucleo base, quello da dove partono emozioni e sentimenti, ci ricorda del tempo in cui eravamo qualcosa più delle scimmie qualcosa di meno o di diverso rispetto agli esseri civilizzati che siamo diventati.

(Pre-)giudicare, il (pre-)giudizio per quella scimmia nuda che vive in noi, (titolo del saggio di Desmond Morris che vi consiglio, Gabbani è arrivato dopo), era funzionale per evitare di finire nelle fauci del predatore di turno: vedo da lontano un animale che non rientra nei miei schemi, nel dubbio lo etichetto come un pericolo. Magari poi era una scimmia del mio branco, magari un leone, nel dubbio il mio cervello attivava l’allarme rosso.

La civiltà, poi, è andata avanti: le piramidi, il Rinascimento, il rock e lo smartphone ma noi dentro siamo rimasti la scimmia nuda e quindi continuiamo a giudicare, sostenuti anche da schemi forniti dalla nostra cultura. Come se avessimo degli occhiali, la nostra visione del mondo cresciuta con noi e il nostro contesto, occhiali che non possiamo levarci.

Anche chi dice io sono non giudicante, sta usando degli occhiali, quelli del non giudicante.

Ma allora cosa possiamo fare, noi comuni mortali?

La soluzione, per quel che mi riguarda, grazie ad un bellissimo corso di aggiornamento: possiamo pur giudicare, dare opinioni ma ricordandoci di apporre a queste etichette una piccola frase ovvero “sono anche/ quella persona è anche”.

Esempio: penso che tizio sia antipatico. Bene. Proviamo, però, ad apporre a questa considerazione la nostra frase: Tizio “è anche” antipatico. La questione cambia di molto l’essenza: Tizio “è anche antipatico” ma posso pensare che possa essere molto altro, magari anche simpatico e che, comunque, se mi sembra così è, forse, perché dietro a quella maschera abbia un mondo, magari di dolore, che non conosco e posso provare a rispettare.

In attesa dunque di arrivare all’illuminante dimensione del non giudicante posso passare per “è anche”: Manzoni Alessandro da Milano sarebbe d’accordo con questo punto di vista, perché il cuore umano, la nostra vita, non sono un vasetto di marmellata per cui basta un’etichetta ma  un guazzabuglio di cui bisogna avere cura e rispetto perché complesso. Con un’etichetta sì ma flessibile.

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