Vent’anni in Formula 1: elogio dell’insegnamento

 In I nostri ragazzi: scuola/educazione

Un post per condividere una passione che mi anima da vent’anni: l’insegnamento.

Raramente condivido miei anniversari ma di questi tempi un post su vent’anni d’insegnamento ritengo sia doveroso: dal 13 ottobre 2000, infatti, ho la fortuna di insegnare, il privilegio di vivere ad alta velocità, come in Formula 1.

E taglio questo traguardo in mesi in cui, grazie anche ad una pandemia terribile, ci si sta interrogando sul significato della scuola che non è imparare nozioni ma condividere nozioni ed emozioni insieme ad altre persone, tutti i giorni gomito a gomito, provando a costruire insieme un mondo migliore rispetto a quello che abbiamo trovato.

L’insegnamento è capitato nella mia vita per caso, una lettera per la messa a disposizione, mandata insieme ad altri curricula a ditte ed enti, appena finito il militare.

Ora so che le chiamano MAD, burocratese che ha una sua, nel mio caso, involontaria poesia: si bisogna essere un po’ mad (pazzo in inglese) per fare della scuola una delle principali ragioni che danno un “saor” alle mie giornate come a quelle di tanti colleghi.

Cosa ho imparato in questi anni? Ho visto ragazzi e ragazze crescere, cambiare dentro e fuori, con la soddisfazione di averli aiutati a trarre quanto era già in loro.

Gli insegnanti in-segnano come dice l’etimologia e quindi bisogna muoversi sempre come se ci si stesse spostando in una polveriera: è un attimo diventare come quei famigerati cattivi maestri degli anni Settanta o personaggi insignificanti che nulla aggiungono alla vita dei giovani se non una sensazione di noia e passioni tristi.

Gli insegnanti sono anche come tante ostetriche che facilitano, agevolano l’emergere di competenze che sono in quelle miriadi di universi che chiamiamo classi e che sono formate da persone che stanno crescendo.

E per fare questo, ho imparato in vent’anni, bisogna essere come le squadre di calcio che funzionano: cercare un costante equilibrio tra i giocatori che sono gli alunni, gli allenatori che siamo noi docenti e il pubblico che tifa ovvero i parenti. Quando una di queste tre componenti invade il campo delle altre è il disastro, quando c’è armonia si sente in queste scolaresche il profumo della speranza.

Tanti alunni in questi anni, storie belle che sono cresciute e volate per il mondo come farfalle ma anche storia a metà e storie mai nate o finite male, purtroppo.

E sono soprattutto quegli allievi che si sono persi per strada nella vita dopo la scuola a farmi dire potevo e potevamo fare di più?

La scuola è e rimane la linea del Piave, per lo meno in Italia: tener su tutta una Nazione spesso con mezzi al di sotto del richiesto ma sempre con tanta testa, tanto cuore a pensare e costruire il futuro, il grande dono che gli studenti ci affidano ogni giorno.

In vent’anni ho attraversato mondi, vite altrui che potevano essere quelle di colleghi, alcuni scomparsi ma sempre nel mio cuore, quelle degli alunni e dei loro genitori e nonni.

Cosa mi rimane di tutto questo? Altri anni in cui pensare che il giorno migliore sarà sempre quello che deve arrivare ma allo stesso tempo che il giorno passato non è passato invano, perché ho avuto modo di imparare qualcosa.

Non è retorica ma realtà effettuale, per dirla alla Machiavelli, se affermo che sono stati anni questi in cui quanto ho insegnato è stato superato da quanto ho appreso da allievi, colleghi, personale scolastico in generale.

La scuola è come una grande nave, dove tutti dal capitano al mozzo tutti sono necessari.

E mi permetto di finire con dell’ironia forse appena velata di sarcasmo: si parla di nuove chiusure della scuola per contenere la pandemia ma di mantenere aperte le attività di prima necessità.

Ecco. La scuola è un’attività di prima necessità: è la fabbrica del futuro, il nostro, necessario come il pane.

Recommended Posts

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Contattami

Non leggibile? Rigenera captcha txt