«La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: parola di Oscar Wilde

 In Penne e piume

Su un muro tempo fa lessi «Sì alla polenta, no al kebab» ma da qualche parte, per la legge dei grandi numeri, sicuramente avremmo potuto leggere benissimo il contrario.

Le persone hanno la rara capacità di serbarsi rancori per parole e concetti che sembrano opporsi: tradizione contro innovazione ad esempio. Si scavano trincee e ci si nasconde dietro a posizioni che si difende costi quel che costi.

Eppure la questione sarebbe molto più semplice. La tradizione, in fondo, come scriveva Oscar Wilde, è un’innovazione ben riuscita. Ma come? Si. Pensateci bene.

La fumante e gialla polenta di mais è così da dopo la scoperta dell’America, prima era un pappozzo di miglio, si … quello che diamo ai canarini.

C’è stato dunque un tempo in cui avremmo potuto leggere sui muri «Si alla polenta di miglio no alla polenta di mais»

E tra cent’anni magari potremmo leggere, sempre sul solito muro, «Si al kebab no a questo o quel nuovo cibo».

Volendo concludere questa serie di paragoni culinari, un amico bresciano mi ricorda che la nonna nei primi anni Cinquanta guardasse con sospetto alla pizza come un cibo esotico.  E la pizza è uno dei cibi simbolo dell’Italia non da tantissimo, se misurato col metro della storia: è grazie soprattutto alla regina Margherita che è passato da cibo della povera gente ad icona di italianità.

Riprendendo Wilde, dunque, possiamo affermare che la tradizione è una novità che si è trovata bene nelle nostre vite e nei nostri territori. Il problema di ogni cosa è, come sempre, il tempo: la differenza tra una novità che osteggiamo, una cosa vecchia che critichiamo ed una antica che abbiamo cara è sempre solo una questione di tempo.

Consideriamo l’esempio della coppola: il classico copricapo siciliano, vero? Ni. Un cappello originario della Gran Bretagna e portato in Sicilia nell’Ottocento da famiglie inglesi nell’isola per motivi di lavoro. Come non ricordare che il Marsala per come lo conosciamo è frutto di una novità venuta in mente appunto agli inglesi? Avete fatto caso che alcune marche di questo vino hanno nomi britannici? E il calcio, rimanendo sempre in qualcosa diffuso dagli inglesi, quel calcio che consideriamo uno sport tradizionale non è stato forse visto all’inizio come un qualcosa di eccentrico ad uso di studenti liceali e universitari?

E per concludere una considerazione sul dialetto: da sempre la roccaforte della tradizione. Il dialetto non è un blocco granitico. I vari i dialetti hanno infatti assorbito negli anni termini ed immagini da diverse lingue e culture.

 Il dialetto che si parlava in una zona nell’Ottocento non è più quello che si parla ora perché il mondo è cambiato e le parole con esso. Prendiamo ad esempio per Brescia il termine “fés”, avverbio che vuol dire “molto”. Ecco con quasi certezza deriva dal tedesco “viel”, portato in Lombardia dagli immigrati svizzeri tra Sei e Settecento.

E le immagini del dialetto non nascono come i funghi ma arrivano da contesti culturali, alti o bassi non importa: il dialetto, la cultura della tradizione hanno una grande forza nella rielaborazione.

Ad esempio il modo di dire bresciano «vè so dal fic» scendi dal fico altro non è che la trascrizione popolare di Zaccheo invitato a scendere dal Sicomoro da Gesù.

Oppure molte delle vicende legate a Giufà, una figura tipica del folklore siciliano, arrivano dai porti dell’Oriente ed hanno il sapore delle novelle de Le mille e una notte.

Le tradizioni stanno morendo? Le tradizioni non muoiono, le tradizioni si rinnovano. Achille Platto, uno dei nostri massimi autori dialettale, ha affermato che i dialetti non stanno scomparendo ma semplicemente si trasformano.

Le tradizioni muoiono veramente quando le tradiamo: tradizione deriva da tradere, in latino, che significa affidare ma ha in comune la radice con la parola tradimento.

E quando tradisco le tradizioni? Quando le levo dal contatto con la vita di tutti i giorni, quando da esse escludo e quando in esse non includo.

Provate ad immaginare se avessimo continuato a mangiare la polenta di miglio.

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Comments
  • Daniela
    Rispondi

    Condivido a pieno le tue parole. La tradizione perchè diventi tale dev’essere superata, e soprattutto non dev’essere usata come alibi per pigri conservatori.
    E poi la polenta con il kebab ci sta benissimo.

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